Ha destato molto interesse e ha scatenato qualche polemica l’intervento di un parroco di Roma che ho ospitato in questo blog.

Sostanzialmente il parroco si lamentava di una Chiesa troppo nascosta e silenziosa in questo tempo di Coronavirus.

Inoltre l’intervento del parroco romano era uscito contestualmente con quanto accaduto in un piccolo paesino del nord Italia in cui un altro parroco – violando il divietoha celebrato messa  alla presenza di alcuni fedeli ed è stato multato dai carabinieri.

Forse anche per questo, la Conferenza Episcopale italiana ha chiesto recentemente al Governo la possibilità di riaprire le chiese e far ripartire le celebrazioni eucaristiche.

Intervento che seguiva la riflessione di papa Francesco che aveva definito questa situazione come una “non Chiesa“.

A questo punto per avviare un confronto costruttivo ho chiesto al mio amico P. Marcelo Bravo Pereira un suo commento su questa situazione.

Padre Marcelo è docente di Teologia Fondamentale presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum ed è un esperto sul dialogo interreligioso.

Unica sua pecca – da buon cileno – è quella di credere che il vino cileno sia più buono di quello italiano. Ma sono convinto che prima o poi si ricrederà.

Buona lettura

(Questo intervento si può seguire anche qui )

I cristiani si trovano di fronte a un crocevia: i sacramenti e la pratica pubblica della propria fede non è solo un diritto ma un bisogno struggente, soprattutto in questo periodo. Dall’alta parte, si riconosce la necessità di rispettare le disposizioni del governo per non rendersi responsabili del contagio.
Di fronte a questa situazione offro il mio contributo. Lo faccio in modo schematico per essere il più chiaro possibile:
1. Non dimentichiamo mai che benché lo Stato è laico, la società italiana è fondamentalmente religiosa. Si dovrebbe quindi garantire la pratica pubblica della propria fede nel rispetto del diritto. Osservare la propria fede è dal punto di vista del diritto, più rilevante di andare dal tabaccaio.
2. Nella situazione attuale è possibile riaprire le chiese nel rispetto delle precauzioni per evitare il contagio (distanza, mascherina e guanti, ecc.). Ci sono delle iniziative che possono essere messe in atto, per esempio, le messe all’aperto, l’osservanza del precetto dominicale lungo la settimana, garantire i funerali. Qualora alcuni fedeli preferiranno seguire la messa in streaming, lo possono fare.
3. Il fedele cristiano ha il diritto di chiedere ai vescovi di prendere posizione, ma sempre nel rispetto dovuto al pastore. Non si può difendere ciò che è cristiano con modi non cristiani.
4. I vescovi italiani hanno assecondato le disposizioni governative e hanno sospeso le messe “coram populo”. Questa è una decisione prudenziale che può essere contestata e discussa ma sempre nel rispetto dovuto ai Pastori. D’altro canto, chi non è d’accordo con i vescovi deve ricordare che anche la propria opinione è prudenziale e quindi discutibile. Non facciamo un assoluto di un relativo.
5. La virtù che ci deve ispirare è la prudenza, “recta ratio agibilium”. Essa ci deve portare però a cercare di stabilire dei ponti, e non dei muri. Quindi il cristiano deve essere in grado di collaborare per migliorare e non solo mettersi a criticare.
6. Il sacerdote deve saper obbedire al proprio vescovo, anche se pensa che il vescovo si sia arreso al potere politico. Sarà coraggioso se chiede al vescovo di agire, ma non può legittimamente disobbedire se non nel caso ciò che viene comandato è contrario alla morale o danneggia gravemente la fede dei fedeli.
7. Come vivere questo momento?
– Ascoltare lo Spirito. Cosa ci vuol insegnare in questo momento. Vivere nell’angoscia perché non si riaprono le chiese, o perché il vescovi non reagiscono, potrebbe essere manifestazione di mancanza di fede e di non presenza dello Spirito.
– Dio, che ha istituito i sacramenti, non è legato ad essi e concede le stesse grazie anche al di fuori dei sacramenti. In circostanze speciali, la comunione spirituale può avere gli stessi effetti della comunione sacramentale.
– La partecipazione alla messa è molto di più di una presenza fisica. I malati e coloro che abitano in paesi dove la messa non è celebrata si uniscono efficacemente in virtù della loro appartenenza al Corpo mistico di Cristo. Pretendere che solo si partecipa quando si è fisicamente presente, e ancora peggio, che è necessario comunicarsi per “stare bene” potrebbe nascondere una visione non corretta del mistero sacramentale.

P. Marcelo Bravo Pereira*

*Marcelo Bravo Pereira (Santiago del Cile 1970). Sacerdote, professore di teologia fondamentale e del dialogo interreligioso all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. Tra le sue pubblicazioni, “E chi può salvarsi: cristiani e pagani di fronte a Cristo unico salvatore” (2020),  “Cristianesimo: dall’essenza della fede all’esistenza cristiana” (2019) e “Cristianesimo e religioni: contesto, metodo e riflessione teologica” (2018)

 

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©David Murgia