CHIESE ANCORA CHIUSE, “MA PERCHÉ ANDARE A MESSA NON È COME ANDARE DAL TABACCAIO?” RILFESSIONI DI UN CURATO “QUASI DI CAMPAGNA” IN TEMPI DI CORONAVIRUS

L’annuncio del Presidente Conte sul continuare a fare restare chiuse le chiese italiane ha mandato su tutte le furie la Conferenza Episcopale italiana (il Papa è intervenuto qualche giorno fa) che in un comunicato ha – qualcuno dice finalmente – criticato duramente il decreto parlando di violazionealla libertà di culto”.

Qui su questo blog, da qualche giorno avevamo iniziato ad ospitare interventi e riflessioni di alcuni sacerdoti proprio su questa tema.

Ha aperto la discussione un parroco  di Roma – sostanzialmente contrario alla chiusura e dispiaciuto per la mancata “resistenza” dei vescovi – per poi proseguire con un docente di teologia in un Ateneo Pontificio più favorevole all’obbedienza civile.

Ebbene, il contributo che oggi vi propongo è di don Fabio. Un sacerdote di Grosseto con cui – qualche tempo ha – ho avuto un’esperienza culturale e pastorale molto bella.

Mi auguro solo – ma non si sa mai – che prima o poi con don Fabio riesca a farmi una bella gita insieme. Ovviamente rigorosamente in moto.

Buona lettura.

Carissimo David,

ho letto l’articolo del padre Marcelo Bravo Pereira e devo dire che mi trova sostanzialmente d’accordo nei punti da lui elencati, anche se mi piacerebbe fare alcuni distinguo che sottopongo anche alla tua persona: distinguo che spero possano integrare e nutrire un dibattito, non aspro ed infruttuoso, non un muro appunto, ma semplicemente un convenire o divergere di opinioni, pensieri, sensibilità.

  1. Osservare la propria fede dal punto di vista del diritto, più rilevante di andare dal tabaccaio: eppure abbiamo visto che il dover rispondere all’esigenza (o vizio?) di fumare è stato lecitamente garantito rispetto all’esigenza (o virtù?) di potersi recare tranquillamente in una chiesa aperta e generalmente spaziosa per incontrare nella dimensione eucaristico – sacramentale nostro Signore … ancora mi domando il perché e sinceramente le risposte che posso produrre le percepisco deboli …
  2. La situazione attuale (fase uno) spero si stia davvero esaurendo (primariamente per l’ecatombe che ha provocato, per il dolore non consolato e non consolabile che ha prodotto in Italia e nel mondo) e tutte le iniziative che potevano essere messe in atto credo siano avvenute, a volte anche con forme stravaganti, improvvisate e non so quanto rispondenti alla sana tradizione liturgica della Chiesa…
  3. L’obbedienza non è più una virtù, diceva il buon don Lorenzo Milani, figurarsi se oggi ci si attiene al rispetto dovuto al Pastore per questioni come queste dove tutti hanno detto tutto ed il contrario di tutto: come dice il padre al punto
  4. non facciamo un assoluto di un relativo, fermo restando che quando i pastori si esprimono in materia di fede e di morale, in piena sintonia con il romano Pontefice ed il collegio apostolico, dovrebbero avere la forza e l’autorità (riconosciuta) che deriva loro dall’essere Magistero ordinario della Chiesa …
  5. La virtù della prudenza è molto legata a quella della perseveranza, nel bene ovviamente: vero che occorre costruire ponti e non muri, ma è anche pur vero che la critica è un processo costruttivo al quale non dobbiamo rinunciare, in un contesto odierno pluralista e multiforme, per evitare di abdicare al pensiero, prima forma di comunicazione di un essere senziente, elemento irrinunciabile grazie al quale poter dire: “cogito, ergo sum” … e non contro il valore della fede, ma per affermare il primato antropologico della persona, di ogni persona … anche al tempo del Covid 19 … e anche nei confronti dei nostri Pastori, perché, in ultima analisi, “la verità è sinfonica” diceva un grande teologo dello scorso secolo …
  6. Già quando sono diventato sacerdote io, quasi ventidue anni fa, alla voce obbedienza in tono scherzoso aggiungevamo l’aggettivo “ragionata” … come dire che una obbedienza cieca era, almeno nel nostro contesto italiano, già per alcuni aspetti anacronistica … credo che interloquire con il proprio vescovo, da credente a credente, (ma anche da ordinato a ordinato!) sia una posizione naturale e legittima, non solo coraggiosa, anche in questo contesto … mi sembra anche che altre disobbedienze imperano oggi nel mondo ecclesiale …
  7. Come vivere questo momento? Anzitutto non è proprio un momento, passeggero, si potrebbe dire, ma sta diventando un tempo importante della nostra vita, da abitare, da riempire di senso, dove trovare un senso: è un tempo che funge da cartina di tornasole sui valori della società, dell’uomo, della Chiesa… trovarsi soli, in solitudine, avere comunque a disposizione – anche se in cattività – uno spazio temporale per riflettere, pensare, verificare, valutare la nostra esistenza può in ultima analisi essere anche un bene … “esaminate ogni cosa, trattenete ciò che è buono”, esorta l’apostolo Paolo: penso che sia una frase importante per la nostra vita adesso e magari anche domani … certo non si può essere angosciati per le chiese chiuse, per le celebrazioni che dall’otto marzo oramai vengono vissute “senza concorso di popolo” ma si può essere giustamente preoccupati e quanto meno indispettiti se questa situazione dovesse protrarsi ancora per un periodo di tempo indefinito che si aggiungerebbe a questi oramai quasi due mesi … non dimentichiamo come abbiamo dovuto “uccidere” la Settimana Santa: penso alla mia sofferenza di parroco e alla sofferenza dei miei parrocchiani … sulla dimensione sacramentale vorrei spendere una ulteriore parola: le affermazioni di Padre Marcelo sono vere, Dio è infinitamente più grande dei sacramenti e di colei che li genera (perché a Lei sono stati “affidati”), cioè la Chiesa: ma è pur sempre vero però che essi sono un segno particolare e chiaro della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, mantengono quello che promettono, creano nel fedele religiosamente serio e formato una sana dipendenza che è oramai interrotta da un periodo sufficientemente lungo … verissimo che per noi occidentali – e noi italiani ancor più – è questo forse il periodo più lungo di “astinenza” dalla comunione eucaristica, ma è altrettanto vero che il desiderio di ripristinare una forma di normalità che permetta un reintegro del popolo alla “comunione reale” e non solo “spirituale”, mi sembra quanto meno auspicabile e che possa essere esaudito in tempi oramai prossimi … che il 4 maggio sia la data della nostra Liberazione?

Spero di aver gettato un sasso nello stagno, spero che i cerchi che produrrà siano di stimolo a ciascuno di noi per “attraversare” tutto il dolore di questi giorni … un grazie a Padre Marcelo per le sue riflessioni e un grazie di cuore a David se vorrà ospitare le due chiacchere di un curato “quasi di campagna” …

Don Fabio Bertelli

 

Per saperne di più, iscriviti al mio canale Youtube

©David Murgia

 

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