Degli strani e terribili avvenimenti accaduti ai primi del Novecento a Piacenza avevo sentito parlare da padre Amorth, ma non ne avevo compreso del tutto la portata. Nel senso che ogni esorcismo rappresenta una storia a sé, con la propria vicenda, le proprie sofferenze.

Nelle pagine precedenti abbiamo parlato di alcuni importanti esorcismi che hanno segnato la storia di questa pratica. Ma ci sono stati altri casi di esorcismo, ben documentati, dagli esiti terrificanti. Mi riferisco all’ossessa di Piacenza, un classico della possessione diabolica, sulla quale furono praticati tredici esorcismi nel santuario della basilica di Santa Maria di Campagna. I fatti si svolsero tra il 1913 e il 1920, e vennero riportati fedelmente da un frate stenografo che partecipò a tutti gli esorcismi e li trascrisse dettagliatamente in tempo reale, senza omettere nulla. Il documento rappresenta pertanto un unicum nel suo genere, perché riproduce gli scambi di battute tra l’esorcista e la donna. Non solo. Nei dialoghi emerge anche una conoscenza chiaroveggente in tema di stregoni, maghi e malefici di cui fu oggetto la vittima. Infine, la liberazione dell’ossessa avvenne proprio nel giorno da lei profetizzato. Insomma, un patrimonio di notizie e informazioni dirette utilissime per capire come funziona il rito di esorcismo su una persona.

Per recuperare il documento originale ho impiegato diversi mesi. Questa storia, a suo tempo, aveva creato il panico nella cittadina emiliana, e poiché nel manoscritto erano presenti nomi e cognomi delle persone coinvolte, i frati minori (custodi del santuario) avevano (saggiamente) secretato il tutto e trasferito il manoscritto in un’altra città. Ho rintracciato il documento originale nell’Archivio di Bologna. Quella mattina ero eccitatissimo nell’aprire lo scatolone che conteneva fogli e articoli di giornale. Toccare quelle pagine ingiallite mi emozionava, e devo dire che ho provato anche un po’ di angoscia nel leggere le prime righe del manoscritto. Righe che riporto fedelmente per far capire meglio il contesto che mi si presentava:

“A scanso di ogni responsabilità morale, rendo noto che un giornalista di poco più di trenta anni, sano, sanissimo, al quale era stato affidato l’incarico di stampare questi «Esorcismi» per il pubblico, prima ancora di iniziare la stampa è morto, e il sacerdote che gliene aveva dato l’incarico poco dopo è deceduto lui pure improvvisamente. Attenzione perciò alla vendetta del demonio”.

Il manoscritto è in sostanza il resoconto dettagliato degli esorcismi – iniziati il 21 maggio 1920 e conclusi il 23 giugno 1920 – praticati da padre Pier Paolo Veronesi, frate minore francescano, presso il santuario di Santa Maria di Campagna, su una donna di nome Teresa che da sette anni era tormentata da numerosi demòni (alcuni dei quali con nomi particolari, come Balilla). Tra i demòni che fanno soffrire la donna il più forte si chiama Isabeau, capace, a suo dire, di procurare ogni sorta di male fisico alle persone.

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Tratto dal libro di David Murgia  “Vade Retro. Esorcisti e possessioni: inchiesta sul Maligno” (Oscar Mondadori).