Se ne è andato senza fare rumore. In punta di piedi, tra accordi internazionali di pace e una partita di mondiale tra Francia e Senegal. Con quella discrezione che appartiene agli uomini che non hanno bisogno di occupare la scena per lasciare un segno.
Il cardinale Camillo Ruini è morto il 16 giugno 2026, a 95 anni. Le agenzie e i giornali hanno ricordato il presidente della Conferenza episcopale italiana, il vicario del Papa per la Diocesi di Roma, il cardinale autorevole che per anni ha attraversato, interpretato e in parte orientato la vita ecclesiale e civile del Paese. Saggio consigliere di San Giovanni Paolo II e grande elettore di Benedetto XVI.
Io, però, oggi non riesco a ricordare l’uomo pubblico. Per me se ne va soprattutto un maestro, un amico. Una persona che tutti vorrebbero avere accanto almeno una volta nella vita.
Non mi vergogno a dirlo: se sono riuscito a fare quel poco che ho fatto, professionalmente e umanamente, lo devo soprattutto a lui. A Sua Eminenza. Anzi, a don Camillo.
Non solo perché per una decina d’anni ho seguito e raccontato la sua attività di vicario della Diocesi del Papa. Non solo perché ha celebrato momenti religiosi importanti della mia vita e della mia famiglia. Ma soprattutto per il tempo che mi dedicava quando andavo a trovarlo. Visite che, negli ultimi anni, erano diventate sempre più frequenti.
Don Camillo amava l’ironia. Un’ironia sottile, mai cattiva. Un giorno, seduti nel salottino del suo appartamento, dove era assistito con discrezione e dedizione dalla signora Pierina, mi raccontò un episodio.
«Sai, è venuto a trovarmi Omissis (noto personaggio della politica italiana), accompagnato da una ragazza molto giovane. Mi disse che lei desiderava sposarsi e che avrebbe voluto che fossi io a celebrare il matrimonio. Io accettai, naturalmente previa adeguata preparazione del futura sposa. Poi, pensando che si trattasse della figlia o della nipote, chiesi ingenuamente di conoscere il futuro marito. Dopo qualche secondo di imbarazzo capii che lo sposo era proprio lui. Aveva più o meno quarant’anni più di lei».
«E che cosa ha fatto, Eminenza?», gli chiesi.
«Che potevo fare? Non li ho più rivisti».
Questo era don Camillo. Un uomo concreto. Lucido. Capace di leggere le persone e le situazioni senza cinismo, ma anche senza ingenuità. Sapeva sorridere, ma non era mai superficiale. Sapeva ascoltare, ma non adulava. Sapeva consolare, ma non pronunciava parole inutili.
Più di una volta mi sono trovato a fare anticamera e, quando arrivava il mio turno, restavo colpito da chi usciva dal suo salotto: ministri, parlamentari, medici, uomini delle istituzioni, esponenti delle forze dell’ordine. Non parlo di decenni fa. Parlo anche di anni recenti. Fino alla fine, Ruini è rimasto un punto di riferimento. Non un monumento del passato, ma una coscienza ancora interrogata.
Sono tanti gli episodi che si accavallano nei miei ricordi. Tutti belli. Tutti sensati. Come quando gli chiesi chi tra i politici italiani di questi ultimi anni riteneva capace e autenticamente cattolico. Le sue risposte erano sempre equilibrate e azzeccate. Il migliore? «Giorgetti (Lega) – mi rispose – anche se la più combattiva è Giorgia Meloni. Anzi è la più affidabile. È un bravo cattolico anche Gasparri».
Una volta riuscii a coinvolgerlo in un’intervista per un importante programma di Rai 1. Conoscevo bene la sua attenzione per Medjugorje: aveva presieduto la Commissione internazionale d’inchiesta istituita presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, un lavoro serio, riservato, metodologicamente rigoroso, che meriterebbe di essere studiato anche per il modo in cui seppe tenere insieme teologia, prudenza ecclesiale, ascolto dei fatti e discernimento.
Convinsi una collega a rivolgergli una domanda diretta: «Eminenza, nel suo approfondito lavoro per fare chiarezza su quanto accaduto e accade a Medjugorje, ha mai ricevuto pressioni, imposizioni, minacce?».
La risposta fu una di quelle che non si dimenticano: «Nulla di più di quanto fosse possibile gestire».
C’era tutto Ruini in quella frase. La misura. La forza. La consapevolezza del peso delle cose. E anche quella capacità, rara, di non drammatizzare mai più del necessario.
Ruini è stato un vero Principe della Chiesa. Non per il titolo, ma per l’autorevolezza. Per la chiarezza del pensiero. Per la fedeltà alla Chiesa. Per il bene che ha fatto, spesso senza farlo pesare.
Oggi molti ricorderanno il cardinale Ruini. Io voglio ricordare don Camillo. L’uomo che ascoltava. Il sacerdote che sapeva capire. Il maestro che non aveva bisogno di alzare la voce.
E questo, almeno questo, sento il dovere di testimoniarlo.
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Per chi volesse avere una visione completa su tutto il fenomeno Medjugorje, il lavoro migliore è quello svolto dalla Pontificia Commissione di Inchiesta (guidata dal Cardinale Camillo Ruini) che, alla fine dei lavori, ha stilato la famosa Relazione Finale, documento segreto che io ho pubblicato per la prima volta in assoluto in versione cartacea e anche in versione Kindle nel mio libro “Rapporto su Medjugorje”.
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Il mio ultimo libro è Ho sposato un nazista. La mia fuga dal Quarto Reich. Una sconvolgente storia vera – edito da Piemme, scritto insieme a Hilde Keller. Il volume è disponibile su internet QUI o su Amazon QUI
Si tratta di un libro che ripercorre l’incredibile storia di Hilde Keller che sposa un neonazista e, insieme a lui, cerca di creare un nuovo Reich.
INVITO ALLA LETTURA:
Castello di Wewelsburg (Germania), anno 2018. Hilde insieme a quello che diventerà suo marito sono uniti in matrimonio da una sciamana. La celebrazione si svolge secondo un rituale delle Waffen SS, lo spietato braccio armato della polizia nazista. A fare da sfondo alla cerimonia, non ci sono vetrate colorate di chiese gotiche tedesche ma il “sole nero”, luogo magico da cui prenderà vita il nazionalsocialismo esoterico voluto da Adolf Hitler e Heinrich Himmler. Come testimoni di nozze, ci sono figli e parenti di gerarchi nazisti.
La vita di Hilde da questo momento in poi si trasforma in un baratro frequentato da ombre nere, personaggi insospettabili che vestono divise naziste, che in casa hanno il busto del Fuhrer e la bandiera del Terzo Reich e che si incontrano in ville e lussuosi appartamenti sparsi in tutta Europa per progettare la follia: far rinascere il nazismo.
Un mondo – quello che vivrà ogni giorno Hilde – a cui si fa fatica a credere. Eppure tutto è reale. Tutto è inquietante. Sarà proprio Hilde a essere testimone di violenze (anche su animali), rituali occulti e raduni segreti di guerra. Scoperchiando un fenomeno che mette i brividi, di cui spesso si parla senza conoscerlo ma che è terribilmente diffuso: il neonazismo.
Dopo anni tormentati, Hilde riesce ad uscire da questo incubo e in una notte decide abbandonare il marito e quel mondo tenebroso per abbracciare la Croce e diventare cristiana.
“Sbaglia chi, in Italia, identifica il neonazismo con gruppi di ragazzi con capelli rasati e pronti alla violenza o con piccole realtà politiche di estrema destra. Il neonazismo oggi si veste di rispettabilità, buona educazione e ottima cultura”. CONTINUA
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©David Murgia
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